Argentina, insieme ai bambini delle Villas piantiamo i semi del domani

giu• 05•17

Dalle crepe di un muro in rovina può nascere un fiore meraviglioso“.
Carla Melazzini

Essendo ormai passati tre mesi dalla nostra permanenza in Argentina, questa settimana abbiamo approfittato della festa del 25 maggio, il ” Dia della Patria”, che ci ha dato la possibilità di andare a rinnovare il nostro visto in Uruguay, un Paese meraviglioso, pieno di colori e lontano dagli affanni delle grandi città. Al nostro ritorno a Buenos Aires abbiamo raggiunto la stazione del Retiro dove ci aspettava il nostro autobus per Bahia; proprio lì sorge una delle Ville più grandi della città: Villa 31.

In Argentina si definisce Villa un insediamento informale formato da case precarie, in altre parole baracche! Il programma nazionale ARRAIGO stimava che nel 2004 erano circa 900.000 le famiglie che vivevano in una qualche Villa. Al giorno d’oggi il Censo Nazionale conta 150.000 residenti nelle Villas, ma secondo Ramiro Sorondo, un attivista del movimento Corriente Villera Independiente, la cifra raggiungerebbe i 300 000.

Durante vari governi, sia civili che militari, si è tentato con esiti diversi di “sradicare” il fenomeno, abbattendo le baracche e spostando altrove i suoi abitanti. Tuttavia, a quanto pare, che le si chiamino Favelas in Brasile,Chabolas in Spagna o Callampas in Cile, le grandi città producono senza sosta questi quartieri “precari” e sono milioni le persone che vivono ai margini. Caratteristiche peculiari di questi quartieri non possono che essere un alto tasso di criminalità e un’ampia diffusione di droga. Villa Bordeaux, dove è situato il nostro Comedor, è senz’altro una realtà meno ampia rispetto a quella delle Villas di Buenos Aires e, dunque, forse meno complessa, ma ha le stesse fondamenta ed è caratterizzata dalle stesse problematiche, tra cui in prima linea la violenza.

I giovani che vivono in contesti violenti e che non sono riusciti ad elaborare in modo sano e costruttivo la propria rabbia interiore e anzi hanno assunto la violenza stessa come principale o unica modalità comunicativa vedono tutti gli adulti e, in particolar modo, gli educatori che cercano di guidarli, come potenziali nemici, individui che tentano di abbassare le loro difese per indefiniti e loschi scopi. Ne deriva, quindi, la tendenza ad adottare un atteggiamento di sistematica aggressione proprio nei confronti di coloro che vorrebbero aiutarli ad elaborare il proprio dolore e la propria collera. La violenza è la risposta non elaborata a situazioni di pericolo, di timore per la propria vita o per la propria integrità, nasce dalla paura, dalla povertà di pensiero e di difese reali, dalla mancanza di relazioni di cura e dei legami sociali. Ciò che è necessario per disinnescare la macchina della violenza è poter ricostruire quelle modalità di relazione che rendono possibile elaborare la propria paura e ricorrere al ragionamento per produrre  risposte articolate. Occorre, quindi, cercare delle strategie che consentano in qualche modo di aggirare difese così solide. È necessario costruire uno speciale ambiente di apprendimento in cui attraverso segnali non verbali e un’attenta gestione delle emozioni, delle ansie, delle paure sia possibile offrire ai giovani l’idea di adulti non aggressivi, ma collaborativi.

Si tratta ovviamente di una tematica complessa e di un lungo percorso che richiede la presenza e l’impegno di diversi attori, istituzionali e non. Noi, per il momento, abbiamo piantato dei fiori e, sebbene si stia avvicinando l’inverno, speriamo di vederne sbocciare qualcuno in primavera.

                                                                                                                                                                                 Anna Opera