Comedor Campana de Palo, riflessioni di una volontaria

set• 19•17

“Qui casca l’asino! È ormai trito e ritrito il discorso sull’assistenzialismo e su quanto sia errato rendere l’altro incapace di provvedere da sé alla propria persona e, in qualche modo, quasi dipendente dal sostegno altrui. Il fine ultimo degli operatori sociali e dei vari progetti che pongono al centro dell’attenzione l’individuo è l’autodeterminazione dello stesso, ossia fare in modo che i beneficiari di tale assistenza siano in grado di individuare e di soddisfare autonomamente i propri bisogni. Ciò che ci limitiamo a fare qui, attraverso un lavoro di collaborazione e cooperazione, è sollecitare lo sviluppo di determinate abilità e conoscenze che aiutino l’adozione di comportamenti autoregolati, autonomi e diretti verso un obiettivo, dal più piccolo, come lavarsi i denti, al più grande, come saper leggere, scrivere o parlare. Dunque è necessario, dal mio punto di vista,  sottolineare l’errore comune nel considerare noi volontari come una sorta di “angeli” giunti ad aiutare  queste “povere” persone, aggettivo che mi è capitato fin troppo spesso di sentire. Al contrario, ho osservato con gioia quanto la presenza di volontari in questa struttura sia utile e, per certi aspetti, necessaria, ma non indispensabile. Luz, la grande nonna del Comedor, lei si che è meritevole di questo aggettivo! Gli aspetti che, invece, mi turbano sono il consumismo e le continue richieste delle madri. A Villa Bordeau, come in tante altre realtà degradate, sanno bene cosa sia la povertà, cosa significhi poter usufruire soltanto dei beni minimi e necessari, quali cibo, vestiario o un tetto. Nonostante ciò sono continue le pretese che ci vengono avanzate: più caramelle, più giocattoli, più materiale scolastico, ripetutamente comprato e utilizzato con poca cura, come se il “più” livellasse le distinzioni sociali e sopperisse alle privazioni dovute alla loro condizione di povertà. Non so se questa ideologia consumistica e questo atteggiamento talvolta pretenzioso siano il risultato di un eccessivo assistenzialismo da parte del governo argentino o siano causati, invece, dall’abitudine ad avere ogni anno a disposizione volontari italiani che vengono qui a prestare servizio. La mia idea è che siano entrambi questi fattori ad influire in ugual misura.

Goffredo Parise, nel 1974, scrisse: “ Il rimedio è la povertà”. Intese quest’ultima come una grande opportunità di tornare a industriarsi. Qualcuno direbbe che svezza all’uso e difende dall’abuso, obbliga a un dettato di praticità e intelligenza.

Oggi, nel 2017, chissà quale potrebbe essere il rimedio”.

 Anna Opera